Urgono talenti

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Viviamo anni di forti cambiamenti e siamo sottoposti a una pressione economica e sociale incalzante che ci giunge da ogni parte del mondo. Siamo consapevoli che d’ora in poi non ci saranno più né freni né limiti alle legittime aspirazioni globali di sviluppo e che gli emergenti potranno aspirare al benessere unendo grinta e determinazione alla grande disponibilità di tecnologie. Un mix con un potenziale dirompente. Cina insegna, ma il mondo ribolle da ogni parte. Siamo preoccupati e incerti sul da farsi per continuare ad avere un ruolo importante nelle economie allargate ma, a ben guardare, non sembra che sia così ampia nel nostro Paese la consapevolezza della portata veramente epocale di questi eventi. In altre parole, preoccupazione, sì, ma generalmente priva di idee, di slanci, di spinte innovative. Né serve chiudersi nel proprio orticello, cercando di proteggerlo con qualche filo spinato: una soluzione che alla lunga non consente protezione. Rifletto allora su quanto è successo nel nostro Paese nell’ultimo decennio. Difficile valutare se e quanto l’euro ci abbia penalizzato contro la possibilità di svalutazione competitiva della nostra lira. Quando si tenta di approfondire si ricevono soltanto generiche considerazioni che però non danno mai un’idea complessiva del “costo – ricavo” per noi di questa operazione. Questi anni sono però anche contraddistinti da un progressivo indebolimento della forza propulsiva delle piccole imprese, patrimonio invidiatoci da tutto il mondo. Siamo certo orgogliosi di ricordare che nel 2012 la bilancia commerciale complessiva con l’estero del nostro Paese è tornata in surplus dopo vari anni e che ha registrato il più alto attivo sull’estero nel manifatturiero. Siamo ancora più orgogliosi nel ricordare che la meccanica è una componente ormai consolidata di questo surplus. Ma l’allarme resta. Non vorremmo che la mediocrità che ha contraddistinto la società italiana nell’ultimo decennio – sistema creditizio, politica, istituzioni pubbliche e private, grandi imprese – contagiasse anche il sistema delle piccole imprese. La scossa deve partire da tutti noi. L’orgoglio nazionale di non vivere, anzi sopravvivere, da mediocri! Certo, non ci illudiamo che noti apparati protetti che si nutrono di mediocrità, possano avere un sussulto liberatorio. Ma questa è un’altra storia. Siamo preoccupati per il futuro del nostro apparato produttivo anche perché il mondo da qualche tempo fa le capriole e sovente non comprendiamo dove e come posizionarci nell’assetto competitivo.

Siamo preoccupati perché ci sentiamo soli, in totale assenza di riferimenti e di supporti. Ma è necessario come sempre buttare il cuore oltre la siepe. La mediocrità del pensiero e delle azioni rischia di essere il male peggiore del nostro futuro. Per combatterla servono nuovi “talenti”. Il talento è l’unico vero strumento in grado di  ridare slancio al nostro sistema produttivo. Il talento non è una caratteristica biologica, ma si coltiva, si sviluppa, si accresce con lo studio, la conoscenza, la cultura. Il talento si nutre di incentivazione, sia nella fase di sviluppo che di continuo allenamento. Non guardiamo al talento come un pericolo – ahimè in Italia capita anche questo! – ma come una opportunità. Leggo proprio in questo momento uno stralcio da una recente considerazione del governatore di Bankitalia:  “… il livello di istruzione dei giovani è ancora distante da quello di Paesi avanzati”. E ancora: “… in Italia si ha un diffuso analfabetismo funzionale caratterizzato da competenze inadeguate”. Affermazione, quest’ultima, molto grave, che certifica di fatto  le nostre preoccupazioni. Il manifatturiero è fondamentale per la nostra economia anche per la sua  funzione di depositario di posti di lavoro, ma il futuro di questo settore rischia di essere minacciato, non soltanto dalla carenza di credito e dalla eccessiva tassazione, ma anche dalla mancanza di talenti.

di Michele Rossi

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