Restituiteci la produzione industriale!

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Nel mondo occidentale, i politici, gli economisti e gli elettori stessi talvolta mostrano di dolersi per la perdita di posti di lavoro produttivi, nei settori industriali. Persino nella ricca e potente Germania i posti di lavoro industriali dal 2000 al 2008 sono diminuiti del 5%. Alcuni accusano per questo lo spostamento del baricentro economico verso i mercati emergenti e la necessità per le imprese di trovarsi lì dove si trova la domanda. Altri criticano fenomeni come outsourcing e delocalizzazione verso i paesi in via di sviluppo per ridurre i costi del lavoro e aumentare i margini, altri ancora danno la colpa alla tecnologia che sostituirebbe il lavoro manuale. Nonostante l’emorragia, per fortuna, la produzione manifatturiera è ancora un pilone delle economie dei paesi aderenti all’OCSE, che rappresentano circa il 60% del PIL globale nel 2010. Mettendo insieme le macroregioni per avere dimensioni confrontabili, l’Unione europea conserva ancora oggi circa un quinto della produzione manifatturiera mondiale, un altro quinto è della Cina da sola, e un altro ancora è degli USA (dati ONU 2010). Il resto è diviso tra Giappone, resto dell’America e resto dell’Asia. La produzione manifatturiera è la chiave per recuperare ricchezza in tutti i settori (e non può esserci alcun dubbio su questo).

Riportare indietro i posti di lavoro manifatturieri (reshoring, dicono in America) è una prospettiva interessante per diversi motivi. Il mondo della produzione incentiva la crescita della produttività più velocemente che nei servizi o nel turismo, per esempio. Genera inoltre posti di lavoro discretamente o ben pagati in tutta una serie di competenze e professioni (ingegneristiche e manageriali), e non solo sul fronte della produzione. Infatti le fabbriche stimolano anche i servizi e generano rapidamente indotto nelle vendite, nel design e così via. Inoltre, ciò che è cruciale per qualsiasi economia di primo piano, la produzione spinge anche il cambiamento tecnologico. Infine, i beni strumentali e di consumo sono più facilmente esportabili. Certamente è più facile spedire all’estero o in Cina un trapano o un componente meccanico piuttosto che un idraulico, un dentista o un commercialista. Un autorevole collega universitario, molto più famoso di me, ha recentemente dichiarato che, dal momento che ci sono miliardi di cinesi e indiani benestanti pronti per visitare Roma, Firenze e Venezia, sarebbe meglio attrezzarsi e focalizzare investimenti e piani strategici per rafforzare il settore turistico nazionale, rassegnandosi al contempo a rinunciare a qualche tecnologia chiave, come le biotecnologie, su cui saremmo destinati a soccombere nella competizione internazionale. Non credo ci sia visione strategica con la quale potrei essere più totalmente in disaccordo. E non da oggi. Da decenni sento ripetere che il futuro del Mezzogiorno, data la sua ricchezza di spiagge e cultura, si trova nel turismo e non nell’industria. Se già per il meridione trovavo questa affermazione e la politica che ne consegue pericolosa, figuriamoci per l’intera Italia. Inviterei i lettori a riflettere sui paesi del mondo che hanno una percentuale del loro PIL derivante dal turismo e dai servizi superiore a quella derivante dai settori primari. A me viene in mente la Repubblica Dominicana o le Maldive, i cui abitanti non mi sembrano propriamente ricchi e felici. Per fare un esempio più vicino a noi, anche la Grecia ha una grande attrattività e rilevanza turistica e al contempo un settore industriale trascurabile. Non mi pare che nemmeno i Greci siano proprio felicissimi della loro attuale situazione e delle loro prospettive. L’iniziativa di reshoring in America (www.reshorenow.org/) sta cominciando a dare i suoi frutti. So che qualche regione italiana sta cominciando a pensare ad iniziative per l’attrattività del territorio. Sarebbe il caso di cominciare a inserire anche nell’agenda e nel dibattito nazionale questo importantissimo tema per il futuro dei nostri figli.

di Matteo Strano

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