Urgono interventi

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Dibattiamo ormai tutti i giorni sull’importanza del manifatturiero per assicurare al Paese una  economia sana e di sviluppo, ma gli ultimi anni hanno reso evidente alcune crepe nel sistema, delle quali in primis è necessario rendersi concretamente conto, per valutarne la gravità e trovare soluzioni per mettere riparo.

 Si tratta anzitutto di comprendere che il ruolo di questo tipo di imprese sta cambiando. Se è infatti vero che il manifatturiero sta crescendo nel mondo e oggi rappresenta circa il 17% del Pil mondiale,  è altrettanto vero che questa crescita è soprattutto legata alle economie attualmente in sviluppo. In pratica, si stima che la produzione e la relativa occupazione salgano fino a valori del 30÷40% del Pil di un Paese dopo di che inizia la fase di discesa di entrambi, in parte sostituita da attività di servizi. Questo significa che nei Paesi più industrializzati all’interno della “fabbrica” si ha una migrazione dei valori che creano economia da attività “materiali” ad attività per così dire “immateriali”. Per intenderci: più innovazione virtuale, concezione di nuovi prodotti e utilizzo di nuovi materiali, ricerca e sviluppo, gestione di sistemi articolati e complessi interni-esterni tramite sistemi Plm (Product Life Management), adozione di lean management, di marketing strutturato, di strumenti di internazionalizzazione. Le attività “materiali”, più vulnerabili alla competitività e  sempre più soggette all’inarrestabile adozione dell’automazione, quando economicamente sostenibili, sono minimamente in grado di creare nuova occupazione. Sopravvivono nella loro interezza fabbricazioni molto specifiche o molto specializzate, ottimizzate.   Se tutte le nostre azienda manifatturiere, moltissime di piccole dimensioni, siano in grado di evolvere effettuando le migrazioni necessarie, non mi è dato sapere. Non mi è neppure dato sapere se il nostro Paese disponga dei talenti necessari  per trasformare l’attuale modello di sviluppo, troppo spesso basato soltanto su un profilo strettamente tecnicistico, seppure di buon livello, e troppo spesso non supportato dalla capacità di implementare le vie, appunto, più immateriali.  In tutto questo, la politica  ha una grandissima responsabilità. Se non è grado di prendere decisioni in materia di politica industriale, ci faccia almeno capire che è in grado di comprendere i mutamenti in atto e il ruolo decisivo dei temi Istruzione e Sviluppo delle Competenze. Ricordo che nel 2020 si prevedono 220 milioni di giovani preparati tra Cina e India!  Non ho sicurezze, ma conto sul fatto che anche il nostro  l’imprenditore più restio, spinto dalla caparbietà, dalla grinta e dallo spirito di sopravvivenza che tutti ci invidiano vorrà saltare sul cavallo dei mutamenti e allora….avrà bisogno di talenti.

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